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A Pistoia “Omaggio a Giovanni Pisano” fino al 20 agosto

di Gaiaitalia.com, #Pistoia

 

 

 

Da domenica 18 giugno a domenica 20 agosto si tiene a Palazzo Fabroni, museo del Novecento e del Contemporaneo di Pistoia, la mostra Omaggio a Giovanni Pisano, a cura di Roberto Bartalini con la collaborazione di Sabina Spannocchi.

L’esposizione, dedicata al grande scultore che operò a cavallo tra il Duecento e il Trecento, è promossa e realizzata dal Comune di Pistoia/Palazzo Fabroni in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.

Con questa importante monografica Pistoia, nel suo anno da Capitale Italiana della Cultura, tributa, grazie a un’idea di Giovanni Agosti, un omaggio speciale a Giovanni Pisano, artista che ebbe ripetuti rapporti con la città. Palazzo Fabroni si apre per la prima volta all’arte antica, in coerenza con la sua ubicazione di fronte alla pieve romanica di Sant’Andrea, che conserva uno dei maggiori capolavori di Giovanni Pisano: il famoso pulpito marmoreo terminato nel 1301.

Il percorso espositivo è organizzato in nove stanze, ciascuna delle quali ospita un’opera.

«Poche opere, attentamente selezionate, dalle quali risulta la straordinaria gamma creativa e l’inventività iconografica di Giovanni Pisano e il suo dominio di materie diverse come pietra e legno» spiega Roberto Bartalini. «La mostra è inoltre l’occasione per mettere alla prova inedite prospettive interpretative».

Si parte con un preludio: il rilievo con le Stimmate di San Francesco di Nicola Pisano, padre di Giovanni. È quanto resta di un monumento funebre risalente agli anni Settanta del Duecento, molto probabilmente eretto nella chiesa di Santa Maria del Prato, prima chiesa francescana di Pistoia, in luogo della quale fu poi costruita l’attuale chiesa di San Francesco. Il destinatario di questo sepolcro era probabilmente Filippo da Pistoia, già vescovo di Ferrara, di Firenze e arcivescovo di Ravenna.

Le altre otto stanze sono dedicate a Giovanni Pisano.

Nella seconda trova spazio una Madonna con Bambino, tondo in marmo che rappresenta uno dei vertici dell’opera del giovane scultore. Proveniente dalla collegiata di Sant’Andrea, è confluito nel Museo di Empoli. Le forme armoniche mostrano come l’artista avesse iniziato a muovere i primi passi sotto la guida paterna, ma la torsione del volto della Vergine permette di cogliere, in fieri, quell’idea di movimento che Pisano svilupperà nell’arco della sua carriera.

Per tutto il Medioevo fu frequente la pratica di riutilizzare le opere d’arte a seconda di nuove esigenze del culto: ne è un probabile esempio l’opera lignea esposta nella terza stanza, un Angelo in veste di diacono che ostende la testa di San Giovanni Battista. Il delicatissimo Angelo, che regge una grande e drammatica testa del Battista, presenta dissonanti aspetti stilistici: l’Angelo, in tutto corrispondente ai più noti esempi di scultura gotica francese della metà del Duecento, reggeva probabilmente in mano un oggetto più piccolo. Il volto del Battista, molto grande e dalle palesi differenze stilistiche rispetto al corpo della statua, è sicuramente attribuibile a Giovanni Pisano, all’epoca ancora giovane.

Il momento in cui l’arte di Giovanni Pisano inizia a distinguersi nettamente da quella del padre Nicola è esemplificato, in mostra, da una delle cosiddette ‘Ballerine’, figure ideate per le ghimberghe del Battistero di Pisa. Si tratta di statue che dovevano risultare visibili a distanza e quindi erano scolpite con fare rapido e abbreviato. Queste figure femminili danzanti, che sembrano originate e tenute in vita da un soffio d’aria, offrono i primi saggi del dinamismo impetuoso e dell’espressionismo caratteristici del Pisano. «Fu solo dopo la guerra, quando le grandi figure furono tirate giù dalle nicchie e poste nel Battistero [a Pisa], che io potei vederle da vicino e fu allora che fui colpito dalla tremenda forza drammatica che avrei poi indicato come la caratteristica qualità scultorea, lo stile e la personalità di Giovanni» scrisse nel 1969 lo scultore britannico Henry Moore.

Nelle successive quattro stanze, quattro Crocifissi diversi, ciascuno testimone di una diversa maturazione artistica dello scultore. Il Crocifisso della chiesa di San Bartolomeo in Pantano (stanza 5), opera monumentale sconosciuta ai più, va ascritto all’ultima, straordinaria fase creativa: è molto diverso dagli altri suoi Crocifissi lignei, sia per le dimensioni che per la resa formale. Privo dell’effetto di torsione e del dinamismo di altri lavori, è concepito non come oggetto processionale, ma per essere posto in relazione simbolica con la mensa dell’altare.

Il Crocifisso della Cattedrale di Siena (stanza 6) è l’unico tra quelli processionali a conservare ancora la croce originale ed è un’opera della prima maturità dell’artista, databile al 1285-90. Il corpo presenta un netto stacco rispetto alla croce ed esprime tensione drammatica attraverso un movimento articolato: a differenza delle forme abbreviate che Giovanni Pisano prediligeva nello scolpire il marmo, quest’opera lignea si contraddistingue per un alto grado di finitezza nell’intaglio.

Il Crocifisso della pieve di Sant’Andrea (stanza 7) mostra un’evoluzione rispetto al precedente nel movimento tormentato, che riguarda ogni fibra del corpo e che induce nello spettatore un forte sentimento di compassione. Tra i Crocifissi realizzati nella maturità da Pisano questo è il meno spigoloso, anche per la qualità del legno di noce impiegato.

Venerato per i miracoli che gli si riferirono durante la pestilenza di fine Trecento e concepito per essere portato in processione è il Crocifisso (stanza 8) proveniente dalla chiesa di Santa Maria a Ripalta e conservato oggi nella pieve di Sant’Andrea.

L’ultima opera è marmorea: una sobria figura allegorica della Giustizia (stanza 9), che faceva parte del monumento funebre di Margherita di Brabante, moglie dell’imperatore Enrico VII, morta di peste nel 1311. L’incarico di realizzarlo fu affidato al quasi settantenne Giovanni Pisano, considerato il miglior scultore di allora in Italia. Pur anziano, Giovanni dà prova di un’ulteriore, inaspettata evoluzione del suo stile, raggiungendo con quest’opera le vette di un’espressività meno stridente, più armonica, con la dolce mestizia del volto della Giustizia.

 

 

 

(22 giugno 2017)





 

 

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