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Libri da abbracciare. I Rag Books della collezione Mugnaini a Pistoia

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“Libri da abbracciare. I Rag Books della collezione Mugnaini” porta alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia una storia editoriale tanto singolare quanto sorprendentemente moderna, restituendo alla memoria della cultura dell’infanzia una vicenda nella quale il libro, liberandosi progressivamente dalla tradizionale rigidità della carta e dalla distanza quasi sacrale che per secoli lo aveva separato dal corpo del lettore, diventa qualcosa di completamente diverso, un oggetto pensato non soltanto per essere osservato e sfogliato, ma per essere preso tra le mani, manipolato, accarezzato, stretto, piegato, trasportato, lavato, abbracciato e persino portato alla bocca, secondo una concezione apparentemente semplice ma in realtà radicale, perché fondata sull’idea che il primo incontro di un bambino con il libro non debba necessariamente avvenire attraverso il rispetto di un oggetto fragile e intoccabile, bensì attraverso una relazione fisica, affettiva e sensoriale nella quale il libro possa diventare fin dall’inizio una presenza familiare, quasi un compagno di gioco capace di entrare concretamente nella quotidianità dell’infanzia.

È nel 1903, a Londra, con la Dean’s Rag Book Company, che questa intuizione trova una delle sue prime e più significative formulazioni industriali e commerciali, dando origine a una tipologia editoriale destinata a lasciare una traccia importante nella storia del libro per l’infanzia, perché in quel momento il libro abbandona almeno in parte la carta, che fino ad allora ne aveva determinato non soltanto la forma ma anche le modalità d’uso, per affidarsi al cotone, al lino e ad altri materiali tessili, all’ago e al filo, alla stampa e alla cucitura, trasformandosi da oggetto prevalentemente visivo e verbale in un’esperienza simultaneamente tattile, corporea e sensoriale, nella quale leggere non significa più soltanto riconoscere immagini, seguire parole e voltare pagine, ma significa contemporaneamente guardare, toccare, esplorare, manipolare, riconoscere consistenze, associare forme e colori, giocare con l’oggetto e costruire attraverso di esso una prima esperienza concreta del mondo.

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I Rag Books appartengono così a una particolare e affascinante zona di confine nella quale il libro incontra il giocattolo, la narrazione incontra il corpo, l’immagine incontra la materia e l’apprendimento incontra l’esperienza sensoriale, dando vita a manufatti nei quali forme semplici, illustrazioni immediatamente riconoscibili, colori vivaci e materiali resistenti non costituiscono soltanto elementi estetici o funzionali, ma partecipano direttamente alla costruzione di un rapporto completamente nuovo con l’oggetto-libro, perché ciò che nei libri tradizionali viene normalmente considerato una minaccia alla conservazione, vale a dire il contatto continuo delle mani, le pieghe, le macchie, l’usura, le deformazioni e persino la possibilità che il bambino porti l’oggetto alla bocca, nei Rag Books diventa invece parte essenziale della loro stessa ragion d’essere, quasi che il libro fosse stato progettato non per sottrarsi all’esperienza infantile ma precisamente per lasciarsene attraversare, modificare e consumare.

La mostra curata da Fabrizio Mugnaini invita dunque a guardare questi manufatti non soltanto come curiose testimonianze storiche di una particolare stagione dell’editoria per l’infanzia, né semplicemente come preziosi oggetti da collezione appartenenti a un passato ormai lontano, ma come documenti di una trasformazione assai più profonda del modo in cui la cultura occidentale ha progressivamente immaginato il rapporto fra il bambino, il libro e l’apprendimento, mostrando come un oggetto apparentemente fragile possa acquistare una forza completamente diversa proprio quando rinuncia alla pretesa di conservarsi intatto e accetta invece di essere consumato dall’esperienza, segnato dalle mani, deformato dall’uso, modificato dal tempo e, soprattutto, trasformato dalla relazione concreta con chi lo possiede, perché in questa prospettiva la deteriorabilità non rappresenta più soltanto una perdita materiale ma diventa una forma particolare di testimonianza, una traccia visibile dell’incontro fra l’oggetto e la vita.

Ed è forse proprio nei segni dell’usura che questi libri conservano la loro storia più autentica e più commovente, perché ogni piega, ogni abrasione, ogni scolorimento, ogni cucitura sottoposta alla continua sollecitazione delle mani e ogni traccia lasciata dall’uso raccontano, anche quando non è più possibile conoscere il nome del bambino che li ha posseduti, l’esistenza di un rapporto concreto fra una persona in formazione e un oggetto che non era stato concepito per rimanere immobile e intatto su uno scaffale, protetto dalla polvere e dalla curiosità, ma per accompagnare la crescita attraverso una relazione fatta di prossimità, contatto, familiarità e ripetizione, una relazione nella quale il libro poteva diventare contemporaneamente strumento di apprendimento, oggetto di gioco, compagno silenzioso e presenza affettiva, conservando nella propria materia non soltanto le immagini e le parole originariamente stampate, ma anche la memoria fisica di tutte le mani che lo hanno attraversato.

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La vicenda dei Rag Books attraversa così il Novecento e arriva fino al presente, mantenendo una sorprendente continuità con i moderni soft books, con alcune forme della pedagogia sensoriale e con numerosi progetti contemporanei di editoria inclusiva, educativa e terapeutica, nei quali il libro continua a essere concepito non soltanto come contenitore di una storia o strumento destinato alla trasmissione di informazioni, ma come dispositivo capace di coinvolgere simultaneamente vista, tatto, movimento, memoria e affettività, dimostrando come quella lontana intuizione londinese del 1903 avesse già intuito qualcosa che oggi appare sempre più evidente, vale a dire che per un bambino il libro non coincide esclusivamente con ciò che viene letto, con le parole che vengono pronunciate o con le immagini che vengono osservate, ma comprende anche tutto ciò che può essere toccato, esplorato, manipolato, annusato, stretto, portato con sé e vissuto, perché la lettura, soprattutto nelle prime fasi dell’esistenza, nasce prima ancora di diventare un’attività intellettuale come esperienza del corpo e della relazione.

“Libri da abbracciare”, visitabile alla Biblioteca San Giorgio dal 1° settembre al 3 ottobre 2026, offre quindi l’occasione per riscoprire una forma di editoria nella quale la lettura torna a essere un’esperienza profondamente fisica, sensoriale e affettiva, e nella quale il libro, prima ancora di raccontare una storia attraverso parole e immagini, diventa esso stesso una presenza capace di entrare nella storia personale di chi lo incontra, trasformando il gesto apparentemente elementare dell’aprire e del toccare un libro in un’esperienza nella quale cultura materiale, pedagogia, memoria, gioco e affetto finiscono per coincidere, ricordandoci che forse il libro destinato all’infanzia trova la propria forma più autentica proprio quando smette di chiedere al bambino di stare a distanza e gli permette invece di avvicinarsi fino a stringerlo fra le braccia.

 

 

(25 agosto 2026)

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